Il termine “etnobotanica” è stato coniato nel 1895, di recente se si considerano altre discipline di ricerca.

Il XIX secolo è stato il secolo dei grandi esploratori etnobotanici ante litteram, come Alexander von Humboldt, Alfred Russel Walace, Joseph Hooker, ancora Aimé Bonpland e in particolare Richard Spruce, un naturalista autodidatta che nella sua epoca è stato il più importante esploratore di piante: ha passato più di 17 anni tra l’Amazzonia e le Ande, studiando specie vegetali.

Tutti questi studiosi, data l’epoca, si focalizzarono sui popoli aborigeni e “primitivi”, ed erano interessati a produrre documenti etnografici oltre che a compilare elenchi di piante e “malattie”.

Nel 1874 Stephen Powers coniò il termine “botanica aborigena”: lo studio di tutte le forme del mondo vegetale che gli aborigeni usavano e usano come fonte di cibo, medicinali, materiale tessile, ornamenti, etc.

Fu solo alla fine del secolo che si passò dall’attività esplorativa e di studio “occasionale” a un vero e proprio interesse accademico per cui gli studi divennero più sistematici e non più mere collezioni di piante e dei loro usi ma confronto e raccolte complete riferite a un determinato popolo o areale.

Così, l’etnobotanica è oggi una scienza interdisciplinare e transdisciplinare, al confine tra antropologia culturale e botanica. Essa si occupa dell’uso e della percezione delle specie vegetali all’interno di una società o più società umane. Ne consegue che essa si lega sia alla situazione geo-politica che a quella culturale di queste società, e ne denota avvenimenti storici, e ancora usanze, costumi, forme linguistiche che sono spesso fondamentali per (ri)costruire la loro origine e la loro provenienza.

In particolare, l’etnobotanica studia gli usi e le rappresentazioni degli usi popolari delle specie vegetali in diversi domini:

  • fitoterapia
  • fitoalimurgia
  • etnoveterinaria
  • artigianato
  • agricoltura
  • liquoristica
  • cosmesi
  • feste
  • sciamanesimo
  • riti religiosi
  • riti magici
  • giochi
  • etimi locali
  • credenze popolari
  • proverbi e modi di dire.

L’etnobotanica interagisce con strette relazioni con altre due scienze inter- e trans-disciplinari (definite etnoscienze): l’etnobiologia (in particolare l’etnomicologia, l’etnozoologia, l’etnopedologia, l’etnoclimatologia); l’etnofarmacologia e l’etnomedicina; l’agro-ecologia e l’ecologia umana; gli studi sulla diversità bio-culturale, l’etnolinguistica.

In inglese si definisce ethnobotany, termine che la definisce come una scienza e che nacque appunto nel 1895 coniato da John W. Harshberger, botanico tassonomista statunitense dell’Università della Pennsylvania. Egli usava il termine per la prima volta per definire lo studio delle piante nelle società primitive.

Mio interesse fondamentale sin dalla tenera età è il folklore.

Il termine deriva dall’inglese folk “popolo” e lore “sapere” e fa riferimento alle forme di cultura popolare che comprendono le tradizioni tramandate, nella maggior parte dei casi, oralmente e che riguardano conoscenze, usi e costumi, miti, fiabe e leggende, filastrocche, proverbi e altri generi narrativi, e anche credenze popolari, musica, canto, danza, etc., con particolare riferimento a una determinata area geografica, a una determinata popolazione, a determinati ceti popolari, sia singolarmente che tutti insieme.

Fu lo scrittore e antiquario inglese William Thoms (1803-1900) a coniare il termine: egli, con lo pseudonimo di Ambrose Merton, pubblicò nel lontano 1846 una lettera sulla rivista letteraria inglese Athenaeum per dimostrare la necessità di un vocabolo che potesse comprendere tutti gli studi sulle tradizioni popolari inglesi. La parola fu accettata dalla comunità scientifica internazionale a partire dal 1878 e indicava tutte quelle forme contemporanee di aggregazione sociale incentrate sulla rievocazione di antiche pratiche popolari, ovvero tutte le espressioni culturali chiamate comunemente “tradizioni popolari” (dai canti, alle sagre, alle superstizioni, alla cucina).

Gli studi sul folklore presero avvio grazie all’impulso del Romanticismo nel XIX secolo, poiché fu considerato fondamentale indagare le radici popolari della cultura europea, concentrandosi proprio e in particolare, inizialmente, sulle tradizioni orali costituite da storie, canzoni, proverbi e espressioni nazionali, come fecero i famosi fratelli Grimm con le loro fiabe e i loro racconti, per dare importanza alla Volkgeist, l'”anima del popolo”, la quale emergerà a pieno titolo nei canti del popolo come sostenne Johann Gottfried Herder.

Oggi più che mai è fondamentale non perdere la conoscenza di diversi ambiti, legati in particolare alla Natura e al cibo, e la mia ricerca e il mio studio sono rivolti in particolare in questa direzione, oltre che naturalmente ai miei interessi personali come la filologia germanica, i paesi e le religioni dei paesi nordici, i viaggi degli esploratori e lo sciamanesimo.

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